Cambiale
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Cambiale
La prima stagione di studio di un certo rilievo sulla lettera di cambio si colloca tra gli anni Quaranta e Novanta del XIX secolo. Essa coinvolge per lo più giuristi di area italiana e tedesca, tra cui si segnalano Friedrich August Biener (Biener 1846; Biener 1859), Ercole Vidari (Vidari 1869), Wilhelm Endemann (Endemann 1874, pp. 81-115), Lucio Papa D'Amico (Papa D'Amico 1884, pp. 246-269) e Levin Goldschmidt (Goldschmidt 1913, pp. 309-352), che ne ripercorrono le vicende e l'evoluzione sul lungo periodo analizzandone gli elementi distintivi, nonché Antonio Pertile (Pertile 1874, pp. 650-656) e Alessandro Lattes (Lattes 1882, pp. 178-192; Lattes 1915, pp. 185-199; Lattes 1933, pp. 535-540), che studiano il medesimo istituto in un arco temporale più circoscritto, attraverso la lente delle fonti statutarie italiane.
Una questione rimasta irrisolta sin dai tempi della trattatistica sul diritto commerciale dell'età moderna, ossia quella delle origini della lettera di cambio, suscita nel corso della seconda metà dell'Ottocento (a seguito delle ricerche condotte dal Biener, secondo cui l'istituto sarebbe stato elaborato nell'ambito della prassi mercantile italiana di epoca tardomedievale: Biener 1846; Biener 1859) un intenso dibattito storiografico, non scevro da una certa dose di campanilismo, dato che alcuni degli studiosi coinvolti non mancano di rivendicare per la propria patria l'invenzione di tale strumento: lo stesso Pertile ne attribuisce la paternità ai Fiorentini di parte ghibellina fuoriusciti da Firenze e accolti in Francia (Pertile 1874, pp. 650-651), riproponendo un'ipotesi già formulata da Claude De Rubis (De Rubis 1704, pp. 496-499); lo storico Michele Giuseppe Canale e l'economo Pietro Rota ai Genovesi, in forza di un documento del 1207 erroneamente interpretato quale lettera di cambio dallo stesso Canale (Goldschmidt 1913, p. 314 nota 74; Calleri 2003, pp. 217-222); il giurista tedesco Max Neuman ai mercanti tedeschi dell'Hansa (Neumann 1863), ipotesi che, formulata sulla base di alcuni documenti di debito tedeschi interpretati dall'autore come lettere di cambio e sostenuta da Otto Stobbe, viene però criticata nel 1874 da Wilhelm Endermann poiché, secondo quest'ultimo, negherebbe la tradizione tedesca sulle operazioni cambiarie (Moshenskyi 2008, pp. 16, 135-136).
D'altro canto, sempre in questo periodo, altri autori (tra cui i giuristi Ercole Vidari e Lucio Papa D'Amico e l'economo Athanasios Bernardakis) ipotizzano un uso precoce delle lettere di cambio presso alcune civiltà del mondo antico (Assiria, Babilonia, Grecia e Roma: Vidari 1869, pp. 3-4; Bernardakis 1880, pp. 365-379; Papa D'Amico 1884, pp. 3-5), mentre altri studiosi formulano l'ipotesi di origine araba (Goldschmidt 1913, p. 314 nota 76). Proprio quest'ultima viene ripresa sul finire del secolo dal linguista tedesco Richard Grasshoff, secondo cui il termine avallo, che designa notoriamente la forma di garanzia che un individuo offre su un'obbligazione (sia che si tratti di un titolo cambiario o di un assegno cambiario) contratta da altri, deriverebbe dall'arabo ḥawāla (Grasshoff 1899, p. 70 e ss. Sull'argomento, si vedano pure Holdsworth 1903, p. 133; Gentzsch 1908, p. 8 e ss.; Westendorff 1908, p. 9 e ss.), istituto giuridico disciplinato dai testi della giurisprudenza islamica dell'VIII secolo (Lieber 1968, p. 233; Udovitch 1975, p. 10; Udovitch 1982, pp. 296-297; Moshenskyi 2008, pp. 63-66) consistente in una delegazione di debito o nel pagamento di un debito attraverso il trasferimento del diritto a una prestazione (al riguardo, si vedano Schacht 1964, pp. 148-149; Udovitch 1982, p. 296; Dietrich 1986, p. 283; Wensinck 1986, pp. 283-285; Ray 1997, pp. 50, 60-65; Foster 2001, p. 150; Rubin 2010, p. 216), così come pure i termini cambiale e bill costituirebbero dei prestiti dall'arabo (rispettivamente, da kambiâla e bûlîşa: Grasshoff 1899, p. 70 e ss.; Gentzsch 1908, p. 8 e ss.; Westendorff 1908, p. 9 e ss.).
Tutte queste ipotesi vengono tuttavia aspramente criticate e smentite da Goldschmidt, il quale osserva che «L'affermata "invenzione" della cambiale per opera di Ebrei, o di Ghibellini esiliati, di Genovesi, Fiorentini, Marsigliesi, ecc. è una fiaba da balie, e le si fa già troppo onore ricordandola» e che «La derivazione dal diritto arabo manca d'ogni sostegno e d'ogni verosimiglianza» (Goldschmidt 1913, p. 314). Ulteriori voci critiche nei confronti dell'ipotesi di origine araba formulata dal Grasshoff vengono espresse nel 1910 nell'ambito di specifiche ricerche condotte dai giuristi italiani Vittorio Angeloni e Arrigo Solmi (Angeloni 1910, p. 57; Solmi 1910a, p. 721; Solmi 1910b, p. 917).
La seconda stagione di studio si sviluppa nel corso degli anni Trenta del Novecento e annovera soprattutto giuristi e storici dell'economia di area italiana (Mario Chiaudano, che esamina il cambio di fiera a partire da alcuni documenti senesi del XIII secolo: Chiaudano 1930-1931, pp. 627-650; Chiaudano 1933, pp. 57-72; Ugo Nicolini, che si occupa in particolare della «promissio ex causa cambii», dei cambi traiettizi «illeciti» e del «cambio secco» o «ad Venetias»: Nicolini 1936; e, ancora, Tomaso Zerbi, che analizza vari dispositivi contabili ed economici impiegati sul mercato milanese trecentesco: Zerbi 1936) e francese (figura di spicco è senza dubbio André-Émile Sayous, che esamina gli strumenti di credito, ritornando ancora una volta sulla questione delle origini della lettera di cambio: tra i saggi più significativi, si segnalano Sayous 1933, pp. 66-112; Sayous 1934, pp. 315-322; Sayous 1935, pp. 469-494; Sayous 1936, pp. 255-301).
Tra gli anni Quaranta e Cinquanta si registra un fondamentale apporto da parte della storiografia di impostazione braudeliana, che annovera tra i più importanti esponenti il belga Raymond de Roover il quale, nell'elaborare un'importante rassegna della trattatistica e della storiografia relativa all'istituto e nel ricostruirne le origini e l'evoluzione, anche grazie all'analisi dei movimenti monetari e del mercato del credito (De Roover 1944a, pp. 381-407; De Roover 1944b, pp. 250-266; De Roover 1946-1947, pp. 111-128; De Roover 1948, passim; De Roover 1949, passim; De Roover 1953; De Roover 1957, pp. 629-648), offre un contributo riconosciuto ancora oggi come un «imprescindibile punto di riferimento sul tema» (Petracca 2024, p. 141), e l'italiano Giulio Mandich, che analizza le operazioni di cambio con patto di ricorsa e, più avanti, la tratta (Mandich 1953; Mandich 1970, pp. CXLIV-CXLV, CLXXXIV-CXC).
Questa storiografia influenza non di poco gli studi condotti nel corso del medesimo decennio in Italia (in particolare, da Giovanni Cassandro, che, pur polemizzando con il de Roover per il fatto che quest'ultimo «attribuiva al fattore creditizio la componente decisiva e preminente del negozio cambiario» [Petracca 2024, p. 141], riesamina i profili giuridici della cambiale e la sua evoluzione nel tempo offrendo a sua volta una significativa rassegna storiografica nella voce dell'Enciclopedia del diritto relativa all'istituto [Cassandro 1955-1956, pp. 1-91; Cassandro 1959, pp. 827-838], e da Federigo Melis, che ha modo di occuparsene indagando un cospicuo nucleo di documenti cambiari inediti di area toscana, provenienti soprattutto dall'Archivio di Stato di Firenze e dall'Archivio Datini [Melis 1953, pp. 96-120; Melis 1958, pp. 412-421; Melis 1960, passim; Melis 1974, pp. 3688-3701]) e in Spagna (lo storico francese Henri Lapeyre analizza una serie di lettere di cambio rintracciate presso gli archivi del paese iberico: Lapeyre 1955, pp. 3-19.).
Ancora dibattuta, tra gli anni Sessanta e Settanta, è l'ipotesi di origine araba della lettera di cambio: a esprimere un giudizio possibilista in merito sono l'orientalista Joseph Schacht, gli storici dell'economia Alfred E. Lieber e Fernand Braudel e il linguista Giovan Battista Pellegrini (Schacht 1964, p. 149; Lieber 1968, p. 240; Braudel 1979, p. 415; Pellegrini 1972, p. 109), mentre più cauti e sfumati sono i pareri espressi al riguardo dallo storico Eliyahu Ashtor e dall'islamista Abraham L. Udovitch (Ashtor 1973, p. 557; Udovitch 1982, pp. 303-304).
Un rinnovato interesse nei confronti della lettera di cambio si manifesta poi tra gli anni Settanta e Ottanta (si pensi agli studi condotti da Marco Spallanzani, che riprende in considerazione la tratta [Spallanzani 1978, pp. 145-168], da John H. A. Munro sul bullionismo [Munro 1979, pp. 169-239] e da Reinhold C. Mueller sul mercato del cambio a Venezia [Mueller 1984, pp. 195-219]), sull'onda emotiva suscitata dalla «Rivoluzione commerciale» teorizzata da Roberto Severino Lopez.
Dopo circa un ventennio meno fecondo, a partire dalla fine degli anni Duemila la lettera di cambio (divenuta a tutti gli effetti cambiale a seguito dell'affermazione in forma diffusa della girata nell'ambito della prassi mercantile fra XVI e XVII secolo: per una sintesi su questo tema, cfr. Cassandro 1959, pp. 836-838) desta nuovamente l'attenzione di numerosi giuristi, storici dell'economia e storici tout court (oltre che di linguisti), a ulteriore riprova di quanto tale istituto, di cui vengono riesaminate, talvolta anche grazie a un più approfondito studio dei trattati di diritto commerciale dell'età moderna (e, in particolare, quelli di Benvenuto Stracca, Sigismondo Scaccia, Raffaele della Torre, Jacques Savary e Johan Marquart), le caratteristiche e le origini vere o presunte (si vedano, per esempio, i saggi di Markus A. Denzel, Sergii Moshenskyi, Vito Piergiovanni e Francesca Trivellato: Denzel 2010, pp. 19-30; Moshenskyi 2008, pp. 13-98; Piergiovanni 2012, pp. 1033-1046; Trivellato 2012, pp. 289-334; Trivellato 2019) e di cui vengono sottolineate da più parti la straordinaria flessibilità, tale da permettergli di penetrare all'interno di eterogenei sistemi giuridici (in quest'ottica vanno letti gli studi condotti da Dave De Ruysscher, Jim Bolton, Francesco Guidi Bruscoli e Victor Le Breton-Blon: De Ruysscher 2011, pp. 505-518; Bolton - Guidi-Bruscoli 2021, pp. 873-891; Le Breton-Blon 2021, pp. 83-113; Le Breton-Blon 2025), e il suo altrettanto notevole contributo allo sviluppo dei commerci sia in ambito locale che su larga scala tra tardo Medioevo (si vedano, al riguardo, i saggi di Luciano Palermo, Jared Rubin, Beatrice Del Bo, David Igual Luis, Lauren Jacobi, Angela Orlandi e Giacomo Toscano e Luciana Petracca: Palermo 2005, pp. 243-281; Rubin 2010, pp. 213-227; Del Bo 2010, pp. 22-38; Igual Luis 2014, pp. 207-305; Jacobi 2016, pp. 21-30; Orlandi - Toscano 2021, pp. 124-151; Petracca 2024, pp. 139-147) ed età moderna (si possono citare, fra gli altri, gli studi condotti da Matthew Dylag, Veronika Aoki Santarosa, Francesca Trivellato, Guido Rossi e Hunter Harris: Dylag 2010, pp. 149-175; Aoki Santarosa 2015, pp. 690-719; Trivellato 2021, pp. 38-47; Rossi 2022, pp. 199-222; Rossi 2023, pp. 62-90; Harris 2023, pp. 150-174), abbia suscitato un interesse interdisciplinare. Non è del resto un caso il fatto che, proprio in ragione del suo carattere rivoluzionario, la lettera di cambio sia stata recentemente definita quale uno degli strumenti all'origine delle «bases dogmatiques sur lesquelles repose l'économie de marché» (Supiot 2015, p. 126).
Attraverso la riscoperta di documenti e carteggi editi e inediti, i più recenti studi di area linguistica e giuridica hanno infine proposto nuove riflessioni su una possibile influenza del diritto commerciale islamico sulla lettera di cambio europea (Basaldella 2025a, passim; Basaldella 2025b, pp. 125-150; Moro 2025, pp. 1-25).
Cambiale
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Titolo di credito all'ordine contenente l'obbligazione incondizionata per una persona di pagare o di far pagare ad altra determinata persona una determinata somma di denaro ad una precisa scadenza e nel luogo stabilito dal titolo stesso.
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